Come aiutare i propri figli a trovare lavoro

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I figli grandi cercano il loro primo lavoro e noi come possiamo aiutarli senza interferire con la strada che stanno cercando di percorrere?

Nella relazione genitore-figlio ciò che non bisognerebbe mai dimenticare è che il ragazzo che chiede consiglio non necessariamente desidera una soluzione. L’oratore romano Marco Fabio Quintiliano diceva “ i giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere”. La maggior parte dei nostri figli desidera solo essere ascoltato e supportato in un momento di confusione. Ciò che temono maggiormente i ragazzi è la critica dei genitori in merito alle proprie scelte.

Foto Thomas Hawk utilizzata con licenza Flickr Creative Commons
Foto Thomas Hawk utilizzata con licenza Flickr Creative Commons

Al riguardo vorrei raccontare la mia esperienza personale. Ho due figli Flavio di 31 anni e Valerio di 26 anni, completamente diversi l’uno dall’altro, come spesso capita nelle famiglie. Flavio fin da piccolo ha manifestato spiccate capacità relazionali e interesse verso i giochi di prestigio. Valerio, al contrario, più riservato, ha manifestato capacità tecniche e interesse verso l’informatica. Finito il liceo classico, Flavio si iscrisse alla facoltà di scienze della comunicazione, e appena conseguita la laurea triennale ci comunicò che non voleva continuare gli studi universitari perché la sua intenzione era quella di trasformare la sua passione in lavoro e diventare prestigiatore, con particolare orientamento ai bambini.
Io, come ogni madre, avevo delle aspettative e aspirazioni per i figli, ma ho cercato di evitare che si trasformassero in scelte di indirizzo.
Il comportamento adottato da me e mio marito è stato quello di stimolare i figli ad esprimere ciò che gli sarebbe piaciuto fare e non ciò che sarebbe piaciuto a noi, ai parenti o agli amici.
A volte i ragazzi sono consapevoli delle aspettative dei genitori al punto da evitare scelte non condivise da loro per non rischiare un fallimento relazionale e un conflitto con gli adulti.
Nel caso di Flavio non è stato così. Io e suo padre, pur essendo consapevoli che la magia fosse una scelta lavorativa inusuale e rischiosa ai fini di una duratura sicurezza economica, lo abbiamo incoraggiato a seguire la sua passione, ad attivarsi e formarsi, senza esprimere giudizi sulla scelta, ma ascoltando come intendeva realizzarla.
In sintesi, i messaggi educativi trasmessi a Flavio e a Valerio sono sempre stati finalizzati ad individuare le proprie motivazioni. Nella convinzione che la spinta motivazionale possa rappresentare un valore aggiunto nella ricerca lavorativa, ritengo che i genitori dovrebbero educare i figli a valorizzare le proprie capacità e attitudini a dispetto delle mode e dei guadagni che ne possono scaturire. Educare i figli al lavoro, a mio avviso, significa educarli ad orientarsi nella ricerca lavorativa seguendo le proprie inclinazioni, anche se si tratta di un lavoro inusuale, non corrispondente all’immaginario genitoriale.

La ricerca del lavoro

Sul piano educativo è importantissimo che gli adulti stimolino i figli a valorizzare le proprie capacità.Un genitore efficace deve dare al bambino e poi al ragazzo la sensazione profonda che la famiglia lo sosterrà e lo faciliterà nell’ingresso nella società e nelle relazioni .
I messaggi genitoriali “ IO CI SONO , dimmi tu IN COSA TI POSSO AIUTARE, ”RISPETTO LA TUA SCELTA “ sono i messaggi che i ragazzi, anche se non li verbalizzano vorrebbero sentirsi dire.
Purtroppo, oggi, si ritiene di frequente che l’unico modo per aiutare socialmente i figli sia quello di “raccomandarli”, di trovare in ogni occasione una persona giusta al quale segnalarli, dalla scuola al mondo del lavoro. La sicurezza che ne deriva da tale comportamento è una sicurezza apparente che non incide sullo sviluppo e sull’autostima del ragazzo.

Nell’orientamento al lavoro dei propri figli, il fattore culturale e le aspettative dei genitori rivestono un ruolo predominante. Spesso purtroppo il lavoro viene visto riduttivamente, cioè solo come fonte di guadagni utili a rispondere alle innumerevoli offerte commerciali che ci bombardano ogni giorno attraverso i mass media. Tale concezione del lavoro, molte volte, è alla radice dell’attivismo fine a sé stesso tipico di tante persone, che produce ansia, stress, riduce il valore del rapporto interpersonale a contatti di tipo utilitaristico, che sono a loro volta causa di diffidenza e solitudine. I genitori spesso seguendo quest’ottica, non educano i figli al lavoro, ciò avviene perché di frequente non se ne ha chiaro il significato profondo, né il suo stretto rapporto con l’educazione.
Capita, ad esempio, che una mamma si preoccupi del rendimento scolastico e delle scelte del proprio figlio, non tanto perché dagli studi si ottiene una solida formazione intellettuale, ma perché tramite essi si può accedere a una professione gradita, ben remunerata e socialmente stimata.

Una ricerca globale realizzata in 17 Paesi e analizzata da studiosi della London School of Economics, commissionata da Linkedin, noto network professionale, alla vigilia della terza edizione del “Bring in Your Parents Day” del 5 novembre 2015 , (evento , in cui, i professionisti di tutto il mondo invitano i genitori sul posto di lavoro dei figli, per permettere loro di conoscere da vicino la loro realtà lavorativa e ridurre il gap generazionale), ha fatto emergere dati interessanti. La metà dei genitori italiani (soprattutto le mamme) afferma di avere un’opinione ben precisa su che cosa il proprio figlio debba fare (ma preferisce tacere per quieto vivere), mentre una mamma su tre ha paura di infastidirlo o offenderlo intromettendosi nelle sue scelte professionali.
Diversamente, un quarto dei giovani italiani lamenta una carenza di partecipazione e di supporto da parte dei genitori. I figli di oggi si aspettano dunque un nuovo stile di genitorialità dai propri padri e dalle proprie madri.
La difficoltà degli adulti ad interpretare questo nuovo ruolo di “genitori-faro”, che dovrebbero incoraggiare e supportare, senza essere troppo invadenti e allo stesso tempo senza tirarsi troppo indietro, dipende dalla sempre più crescente sottovalutazione dell’aspetto motivazionale .
I tempi accelerati e i confini sempre più labili dell’orario di lavoro dimostrano che i genitori, in termini temporali, sono dei gran lavoratori, ma poi essi stessi non sanno esprimere motivazioni significative della propria occupazione, cioè non sanno dar veramente conto del perché, del come e per quali fini si impegnano tanto. Magari affermano che si deve lavorare molto per portare avanti la famiglia, o per elevarsi socialmente, ma non comunicano i loro fattori motivanti. Altro meccanismo frequentemente adottato dai genitori nella relazione con i propri figli in cerca di lavoro, è quello della proiezione. Quando ad esempio una mamma o un papà esprimono forti preoccupazioni in merito alle possibilità lavorative, spesso, invece di motivare il figlio all’individuazione delle proprie capacità, competenze e motivazioni, trasferisce al figlio non le motivazioni sottostanti, ma la preoccupazione in quanto tale. Questo comportamento produce nel giovane ansia che ne ostacola la scelta.

La domanda che molti dei genitori che leggono questo mio articolo si porranno è: quali sono gli atteggiamenti e i comportamenti che è bene che un genitore adotti per aiutare un figlio a trovare lavoro? Cosa è bene fare e dire? Quali sono le parole che sarebbe meglio evitare? Nello schema qui di seguito potrete trovare alcune risposte.

Frasi che è meglio evitare

  • Un lavoro vale un altro
  • A trovare il lavoro per te ci penso io, tu pensa a studiare
  • La creatività e gli ideali non ti assicurano uno stipendio per vivere
  • Importante è il mercato del lavoro, quali sono le professioni più richieste?
  • Quello che dici di voler fare non era certo ciò che avrei voluto facesse mio figlio
  • Ciò che dici è utopistico, ascolta i tuoi genitori che hanno esperienza e conoscono il mondo del lavoro.
  • L’importante è trovare una raccomandazione, senza raccomandazione non trovi lavoro
  • A tutti farebbe piacere fare ciò che piace, ma per mettere su famiglia, farsi una casa, raggiungere una indipendenza economica, c’è bisogno di guadagnare tanto.
  • Tu non sai cosa vuoi, cercati un lavoro qualsiasi, così incominci ad assumerti le tue responsabilità
  • Te lo avevo detto io, che non eri adatto a fare quel lavoro, ma tu non ascolti , vuoi fare come ti pare

Frasi che esprimono partecipazione

  • Ho fiducia in te, se vuoi puoi, credici.
  • Un lavoro non vale l’altro, cerca di capire cosa ti piace fare, se fai un lavoro che ti piace , le difficoltà le superi con determinazione.
  • Se imposti la tua scelta lavorativa esclusivamente sul guadagno, non ti basterà mai e sarai insoddisfatto.
  • Non ti preoccupare di quello che a noi sarebbe piaciuto che tu facessi , qualsiasi sia la scelta , ti aiuteremo a realizzare le tue idee.
  • Cerca di valorizzare i tuoi punti di forza , le tue capacità, non confrontarti con quello che non sai fare, ma con quello che ti piace e sai fare
  • Ti ascolto raccontami i tuoi programmi, sono curiosa c’è sempre da imparare.
  • Importante è come ti presenti , come ti poni , non pensare che quello che ti piace fare sia banale o non realizzabile . La passione fa sempre la differenza.
  • A me fa piacere se posso essere utile , se vuoi un consiglio o un aiuto io ci sono.
  • La crisi c’è è inutile negarlo, ma se pensi di non poter trovare lavoro, perché tutti sono raccomandati o perché sei sfortunato , non lo troverai sicuramente.
  • In un colloquio di lavoro ricordati che devi convincere chi ti esamina che tu vali più degli altri, racconta cosa sai fare, non i tuoi limiti.
  • Se ti poni aspettative troppo alte , sarai sempre insoddisfatto, Non ti arrendere di fronte alle difficoltà, qualsiasi lavoro anche quello apparentemente banale implica rinunce e sacrificio.

In conclusione il miglior aiuto che un genitore può dare ad un figlio nella ricerca del lavoro è quello di stimolarlo a puntare su i suoi punti di forza, dimostrargli fiducia e sostenerlo nelle sue scelte senza giudicare.

Ricordiamoci che i figli non sono figli nostri.
Siamo solo la porta per cui entrano nel mondo
– Beppe Severgnini –

copertina_psicologiadellavoroPost scritto dalla Dott.ssa Maria Paola Gazzetti (sito personale: www.psicologompg.it), psicologa psicoterapeuta e autrice, insieme alla Dott.ssa Carla Borromeo del libro Introduzione alla psicologia del lavoro,  pubblicato in formato e-book dalla PianoPiano Book Bakery

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1 COMMENTO

  1. Condivido al 100%. Tutto, ma proprio tutto!
    Ho davanti l’esempio dei miei genitori (e papà in primis), che ci hanno guidato ma mai forzato, supportato ed aiutato, me e mio fratello, seguendo le nostre inclinazioni.
    Quella di mio fratello era più facile, evidente, innegabile e soprattutto insopprimibile: ora è un fumettista conosciuto e apprezzato e siamo fieri di lui.
    La mia vocazione è sempre in via di definizione, ma abbiamo iniziato a scoprirla assieme e la strada imboccata pare quella giusta 🙂
    Spero di riuscire a fare lo stesso con i miei bimbi…

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