Adolescenza: la libertà è a forma di tessera

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Si dice che l’estetica definisca la sostanza. Sì, può essere. Anzi, nel caso si abbia un’età compresa tra i 12 e i 18 anni questo è senz’altro vero: conosciamo tutti il fenomeno dell’immunità di gregge che in medicina viene riferito alla copertura vaccinale e in adolescenza si traduce in quell’uniformità di pensiero, di abbigliamento, di atteggiamenti, con cui i ragazzi si proteggono l’un l’altro per farsi forza e avanzare nell’età adulta. I genitori li guardano uscire da scuola con lo stesso identico zainetto e sospirano di nostalgia nel ricordare le divise paninare della loro giovinezza, salvo innervosirsi molto quando il conformismo dei figli impedisce loro di riconoscerli nella mandria di coetanei.
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Sono fasi, sappiamo che passano. Solo non sappiamo come, né quando, né in che modo. Nel caso delle adolescenti di mia competenza, ad esempio, il primo segnale di autonomia assunse inaspettatamente la forma rettangolare e rigida di una tessera, quella dell’abbonamento annuale al trasporto cittadino. Forte dei suoi 13 anni, la mia primogenita la baciava pregustando la libertà di movimento che ne sarebbe seguita (assaporando il momento in cui avrei potuto abbandonare il ruolo di chauffeur, la baciavo anch’io). Non avrei mai immaginato quanti significati si nascondessero dentro quella tessera. Sarebbe stata la stessa cosa avere un biglietto dell’autobus in mano? No, affatto. Estetica, sostanza: una tessera ufficializza il raggiungimento dell’autonomia e della maturità necessaria per farne uso, certifica il godimento di una certa libertà di orari e di movimento, mentre la corsa singola sta a significare che per quella volta è stato dato il permesso. E poi la tessera è una cosa pratica, comoda, senza fronzoli. Una cosa da adulti.

Avevo del tutto dimenticato quell’entusiasmo finché, anni dopo, ho visto la figlia guardare con gli occhi dell’amore un’altra tessera rettangolare e rigida: la carta prepagata, strumento utilissimo quando si hanno molti sogni e un’autonomia di movimento superiore all’assennatezza.
Il denaro, quando è racchiuso in una tessera, smette di essere paghetta e diventa una cosa seria. Puoi dire cose tipo “Pago con la mia carta” o anche “Accreditamelo sulla carta”, puoi accorgerti di averla svuotata con prelievi innocui solo in apparenza e cercare un lavoro da svolgere tra una e verifica e l’altra per poterla riempire, ché l’autonomia passa soprattutto da lì.
Con quella carta è possibile spendere il proprio denaro evitando le forche Caudine dell’approvazione genitoriale – e, se finisce prima del previsto, non è più affar loro – e scoprire che quella manciata di euro che sembravano sempre troppo pochi quando elargiti da mammà vanno guadagnati con una manciata di ore di lavoro; puoi persino scoprire che la manciata di ore di lavoro e la manciata di denaro hanno un peso specifico diverso, il primo è di gran lunga maggiore.
Con quella carta in mano si può pensare ad altre carte con cui portare a termine il processo di indipendenza: il passaporto, la patente! Con una precisazione: quando parlo di indipendenza, intendo quella dai figli.

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