Adolescenza chiama infanzia

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Dai a un adolescente l’occasione di recuperare un po’ di infanzia e resta a guardare. Anzi no, lasciati coinvolgere.

foto di Tom Bricker utilizzata con licenza Creative Commons
foto di Tom Bricker utilizzata con licenza Creative Commons
Slipping through my fingers all the time
Do I really see what’s in her mind
Each time I think I’m close to knowing
She keeps on growing
Slipping through my fingers all the time
Sleep in our eyes, her and me at the breakfast table
Barely awake I let precious time go by
Then when she’s gone, there’s that odd melancholy feeling
And a sense of guilt I can’t deny
What happened to the wonderful adventures
The places I had planned for us to go
Well, some of that we did, but most we didn’t
And why, I just don’t know

Io di solito a questo punto piango. Non quel pianto silenzioso e discreto, no: rompo le cateratte, piango a scroscio con singhiozzi rumorosi e dandomi piccoli pugni in testa nei casi più gravi. Sono fatta così. Non c’è niente che mi strazi di più dei momenti non vissuti nella convinzione che tanto ci sarebbe stato tempo. Ma non faccio niente per evitare che accada: le mie figlie stanno ancora aspettando che le porti a Barcellona, come avevo promesso loro tre anni fa, e mio figlio che si vada al Parco Avventura in Valnerina io e lui da soli.
Non è ancora successo.

Il mese scorso, però, sono stata invitata a un viaggio stampa a Disneyland Paris e mi è stata offerta la possibilità di portare con me un figlio a caso. Avevo deciso che sarebbe stato Davide, di anni sei: cioè quello con l’età giusta per credere nell’esistenza di Olaf.
“Non è giusto” ha subito protestato Lara, la secondogenita. “Davide è ancora piccolo e ha un sacco di infanzia davanti a sé. Io ho dodici anni e questa è per me l’ultima occasione per essere ancora bambina”.

Lara è quel tipo di persona che rimane tenacemente aggrappata alla propria infanzia. Ha creduto in Babbo Natale finché la cosa ha sconfinato nel patologico, costringendomi a rivelarle la verità (incoraggiata dalla primogenita che recriminava: “Ah ma’, questi hanno mestruazioni e polluzioni notturne e ancora vaneggiano di folletti e renne volanti..”) e si innamora dei personaggi dei cartoni animati ignorando le seduzioni delle boy band create apposta per lei. Non poteva essere che lei ad accompagnarmi nel luogo deputato di ogni sogno infantile.

Lara non mi deluso. Dal punto di osservazione in cui mi trovavo, però, ho imparato diverse cose sul senso del gioco. Esiste una cosa chiamata suspension of disbelief, traducibile con: liberi tutti.
I primi ad approfittarne sono, per l’appunto, gli adolescenti. Nel regno del sogno e della fantasia non v’è nulla di strano nell’abbandonare broncio perenne e modi annoiati a favore di stupore e di un ritrovato entusiasmo infantile. Si può persino pensare di barattare il cappellino di tendenza con una tiara da principesse – per tacere dei diciasettenni punk kattivissimi, che non vogliono più bene alla mamma, che esibivano orgogliosi le corna di Malefica sopra la t-shirt di Marilyn Manson.

Gli adolescenti, quando vedono un pezzo di infanzia, ci si tuffano a bomba, avrei dovuto saperlo: per tutto il terzo anno di liceo io e le mie compagne decidemmo di indossare dei ciucci a mo’ di ciondolo. Quando i professori scorrevano i nomi sul registro per scegliere chi dovesse essere interrogato, sfogavamo la tensione con una morsicatina alla tettarella di caucciù.

Allo stesso modo nel Regno di Topolino i neomaggiorenni con diritto di voto conoscevano a memoria le canzoni di Elsa. In una sorta di regressione fuori controllo, io stessa ho tentato di sfondare il cordone di protezione per andare ad abbracciare Winnie the Pooh e hanno dovuto placcarmi in due.

Lara – ho chiesto a mia figlia – come ti spieghi tutto questo entusiasmo per i personaggi dei cartoni per bambini da parte di ragazzi grandi e di gente adulta con figli, mutui e responsabilità?
“I bambini vivono sempre in questa dimensione fantastica, questa è la loro condizione naturale” ha chiosato lei “mentre per gli adolescenti e gli adulti è un ritorno a qualcosa che conoscevano ma che non ricordavano più di aver vissuto”. E prima che potessi congratularmi per la sua intelligenza, ha aggiunto “A ogni modo se Arendelle esiste, non c’è ragion per cui io smetta di credere in Babbo Natale”

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