Adesso che sono grande

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Adesso che sono grande non credo più a tutto quello che dicono i miei genitori. Spunti di riflessione.

crescere

La Staccata

Abbiamo letto questo libro in formato ebook, la sinossi mi aveva incuriosita “È duro avere otto anni e vivere tra adulti che non ti spiegano bene le cose che parlano tra di loro e hanno un sacco di segreti. E le cose peggiorano se, come succede al nostro protagonista, ci sono di mezzo un fratello maggiore in crisi, un padre irascibile e una madre che crede ai fantasmi. Età di lettura: da 8 anni.”.

Nel primo capitolo il piccolo protagonista, che ha otto anni, afferma di essere cresciuto, questo è il motivo:“non credo più a tutto, ma proprio tutto quello che mi dicono, come facevo prima…”. Il concetto ci sta tutto: sviluppare opinioni personali è un sano processo di crescita, rimettersi in discussione anche in età adulta arricchisce il nostro bagaglio di esperienze.

Poi dichiara così: “adesso che sono grande, mi accorgo che da piccolo ero proprio infelice, se stavo lontano da mamma e papà. Ma ora non è più così: posso resistere per giornate intere e qualche volta dormo addirittura a casa dei nonni”. Crescita, indipendenza, la scoperta di poter essere felice anche altrove. Giusto.

Però, proseguendo nella lettura, scoprire a cosa questo bambino non crede più, e per questo crescerebbe, mi ha lasciato perplessa. La mamma del protagonista, con la benevola e divertita complicità dei figli più grandi, una notte in cui il piccolo ha sentito delle grida soffocate nel buio, al mattino gli racconta che in casa loro vivrebbe un certo Fossalossi. È un fantasma che viene a controllare chi dorme e chi non dorme, e si arrabbia se trova qualcuno sveglio. La sorella maggiore del bambino rincara la dose, confermandogli che anche la loro nonna le ha raccontato, quando era piccola, che questo personaggio se ne va in giro nel buio a fare strage di bambini.

In realtà a gridare sommessamente nella notte sono stati Rodolfo, il figlio maggiore che non vuole frequentare l’università per poi finire in una banca a contare soldi così come vorrebbe suo padre, e quest’ultimo. I due litigano in continuazione, la mamma ritiene che un bambino di otto anni debba essere tagliato fuori da tutto ciò e quindi gli racconta questa storiella paurosa invece di spiegargli con semplicità che genitori e figli possono avere dei conflitti, ma poi le cose possono sistemarsi. Alla fine si sistemano, infatti. I due riescono finalmente a parlare e a chiarirsi, quel padre apparentemente così rigido e severo prende coscienza del fatto che i figli non si clonano ed è giusto che scelgano di seguire la propria strada.

Questo è, in sostanza, il succo del libro e naturalmente lo approvo. Però non ho idea di quanto un lettore di otto anni ( o più ) possa cogliere un happy end che, nonostante le buone intenzioni dell’autrice, è un po’ troppo confuso in narrazioni di mostri, fantasmi e uomini cattivi messi lì a rabbonire i bambini, a “invogliarli” a fare la nanna e soprattutto a non porre troppe domande scomode agli adulti.

Il piccolo protagonista ci arriva, un po’ alla volta, a smascherare l’inesistenza di Fossalossi. Ci arriva, quindi “diventa grande”. Però in questa ricerca della verità prova comunque angoscia e paura, soprattutto di notte. Continua a porre domande alla mamma e lei, fra il serio e il faceto, prosegue a sostenere l’esistenza di questo spauracchio che non sopporta i bambini insonni.

Ora. Non è nelle mie intenzioni stroncare il lavoro di una scrittrice, so quante energie e amorevole fatica costi partorire un libro, però i contenuti di Adesso che sono grande non mi hanno davvero entusiasmato. Il punto è che offre un quadro un po’ desolante in cui non mi riconosco: genitori che raccontano panzane ai figli e così vengono esclusi dalle vicende familiari perché “troppo piccoli” o “scomodi” da coinvolgere. Il che può essere purtroppo vero, è una pratica ancora parecchio diffusa, ma non può rappresentarci in toto. Non rappresenta in particolar modo me ed è per questo che non saprei se consigliarvene la lettura se non, magari, come spunto per chiedere ai bambini quando si sentono in qualche modo tagliati fuori dalla famiglia e perché.

La sua lettura, però, può offrire a noi adulti il pretesto per disquisire un po’ su una pratica tanto cara ai nostri genitori e nonni: l’uso degli spauracchi per ottenere ubbidienza, i vari “Bocio” ( un losco personaggio che ha avvelenato a lungo la mia infanzia ), il tagliar corto con frasi tipo: “non devi fare certe domande! Sei solo una/un bambina/o, tu!”

Vi è mai capitato di ricalcare, con costernazione mista a un briciolo di raccapriccio, comportamenti simili o addirittura uguali ai vostri genitori? Gli attimi di stanchezza vi portano a pronunciare frasi di cui vi pentite un istante dopo? A me sta capitando, soprattutto ora che Superboy è “grande” e ci tiene a sottolinearlo anche nella foto a corredo della recensione, però vi assicuro che la carta del  “Bocio” no. Non me la sono mai giocata, neppure nei momenti più disperati.

Superboy adesso che sono grande

Questo libro l’ho letto in formato ebook con il Kindle, lo faccio ogni tanto. Però preferisco i libri cartacei perché non mentono: il Kindle ti dice che manca tipo un quarto d’ora di lettura e dopo mezz’ora ti dice che mancano ancora quattordici minuti, però mi diverte girare le pagine con un touch. Puoi evidenziare le parole, puoi fare ricerche su Wikipidia e c’è un vocabolario che funziona così: tieni premuto col dito la parola e il Kindle ti spiega subito che significa. Questo è un modo di leggere più scianti ( un termine che utilizzano un po’ tutti i ggiovani e significa “tranquillo”, “facile” ) e forse più “da grande” ( ho dei seri, nutriti e grassi dubbi che mia madre mi avrebbe dato in mano il Kindle da piccolo perché l’avrei preso come un videogioco).

Adesso che sono grande parla di quando uno cresce, il protagonista è un ragazzino che ha otto anni e un fratello maggiore di diciannove e un’altra, che chiama “iena”. Si sente cresciuto perché non crede più alla storia di Fossalossi, ma anche alleluia! Questo tizio sarebbe un fantasma che, se ti trova sveglio la notte, ti prende, scava una buca e quando viene a riprenderti sei diventato tutt’ossi. Secondo me i genitori gli raccontano questa storia non per farlo dormire, ma per fargli venire gli incubi la notte. Ma non si regge in piedi, no? Perché gli raccontano di questo fantasma per farlo dormire, però a sapere che c’è questo tizio che gira per casa, di sicuro non dormi lo stesso!

I miei genitori non mi hanno mai raccontato certe frescacce, tanto io comunque non avrei dormito ( Fossalossi oppure no, io non dormivo proprio ). Gliela raccontano per farlo ubbidire, io lo trovo ingiusto. Comunque: questo bambino cresce, lasciamo stare la storia del fantasma, e si sente meglio da una parte e peggio dall’altra.

Se cresci non hai più le stesse attenzioni di prima, però sei più autonomo e puoi fare più cose. Ma ti confonde questa cosa e allora ci sono due opzioni: o smetti di crescere, che è impossibile, o ti arrendi. Ti arrendi nel senso che accetti ciò che succederà nella vita. In questo ti possono aiutare i tuoi genitori, però arriva un’età in cui non gli vuoi più dare retta. Io non voglio dare retta a mia madre, neppure a mio padre, voglio fare di testa mia. Poi, può succedere che in qualche remoto caso mi accorgo che avevano ragione.

E allora rifletto e penso che vorrò fare sempre di testa mia però almeno saprò come comportarmi la volta dopo, chiedo consiglio ai miei genitori e magari non lo faccio comunque. Crescere è, in un certo senso, una lotta: lotti con tante persone, i tuoi genitori che vogliono che gli dai retta, con i professori perché magari vuoi dire la tua ma non puoi, con gli amici perché magari ti cambiano all’improvviso perché stanno crescendo pure loro.

Dico la verità? A me questo libro non è piaciuto molto, con tutto il rispetto per chi l’ha scritto. E poi, concretamente, ti racconta una cosa che succede a questo ragazzino ma tecnicamente non te ne viene niente ( sempre senza offesa ). Può capitare, mica mi possono piacere tutti i libri che leggo.

 

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